La dimensione internazionale del terrorismo italiano di sinistra, tra guerra fredda e distensione

Massimo de Leonardis

"Il discussant dovrebbe essere un esperto del tema del panel. Oppure potrebbe essere un outsider..." 

Riportiamo di seguito l'intervento del Prof. Massimo de Leonardis quale discussant al panel "La dimensione internazionale del terrorismo italiano di sinistra, tra guerra fredda e distensione", in programma al VII Convegno Nazionale della Società Italiana di Storia Internazionale, che si è tenuto a Milano l'8 e il 9 giugno 2018.

Il discussant dovrebbe essere un esperto del tema del panel. Oppure potrebbe essere un outsider, presumendo che possa porre domande magari naif ma provocanti e utili, in base al ragionamento che fanno nella City di Londra quando assumono laureati in storia antica a preferenza di quelli in economia, perché non ripetono meccanicamente le analisi del Financial Times o dell’Economist. Certo non appartengo alla prima categoria e forse la Prof.ssa Lomellini ha fatto una scelta rischiosa a propormi ed io una scommessa azzardata ad accettare l’invito.

Come la questione del fantomatico carteggio Churchill-Mussolini, il nostro tema vede una divisione abbastanza netta tra dilettanti, pubblicisti e politici da una parte, inclini ad accreditare una dimensione o addirittura una regia internazionale del terrorismo di sinistra in Italia e storici professionisti, a dir poco abbastanza scettici. Fa eccezione uno storico di valore, Angelo Ventura, vittima egli stesso del terrorismo, che almeno due volte ha parlato del «terrorismo strategico contemporaneo» come «fenomeno internazionale» e di «coperture e appoggi ad alto livello, nazionali o esterni». Sono evidentemente due cose assai diverse e non mi sembra, almeno dalla lettura del libro curato dalla Prof.ssa Lomellini (Il mondo della guerra fredda e l'Italia degli anni di piombo. Una regia internazionale per il terrorismo?) che egli abbia documentato o argomentato la seconda affermazione. Non parlerò di analoghe ripetute affermazioni nel 1980, pubbliche e in colloqui a livello internazionale, del Presidente della repubblica Sandro Pertini, la cui popolarità non mi pare fosse sempre accompagnata da un altrettanto cospicuo acume politico. Già durante il sequestro Moro, nell’edizione straordinaria del TG2 delle 10.30 del 16 marzo 1978 si affermò che «il latitante Mario Moretti è sospettato di essere collegato con servizi segreti stranieri», circostanza mai dimostrata.

Il titolo del nostro panel, La dimensione internazionale del terrorismo italiano di sinistra, tra guerra fredda e distensione, copre diverse situazioni: semplici contatti, collaborazione tattica o strategica tra organizzazioni terroristiche di analogo colore e di vari Paesi, rapporti con o sostegni da apparati di potenze straniere, vera e propria etero-direzione da parte di essi. Potrei anticipare che la profondità del rapporto è inversamente proporzionale alla sua plausibilità.

Preciso che il mio intervento si basa su una attenta lettura del volume della Prof.ssa Lomellini al quale hanno contribuito tutti i partecipanti a questa sessione, unita a quella di altri saggi. Il volume di Giovanni Mario Ceci, Il terrorismo italiano: storia di un dibattito, che dedica un paragrafo a L’Italia e la trama internazionale del terrore. Il documentato volume di Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo, uscito in seguito, che lessi in dettaglio come membro della Giuria del Premio Acqui Storia, che gli fu assegnato nel 2016. In realtà nel volume Satta non dedica molto spazio alle presunte trame internazionali, tema che ha invece affrontato ampiamente nel precedente articolo del 2007 I collegamenti internazionali del terrorismo rosso italiano su Nuova Storia Contemporanea. Nel volume, con l’acribia che gli deriva dal suo ruolo di documentarista in Senato, l’Autore smonta molte teorie complottistiche. Alla Jugoslavia dedica alcune pagine Benedetto Zaccaria nel suo recentissimo volume La strada per Osimo. Italia e Jugoslavia allo specchio (1965-1975), certamente di mio interesse per il tema generale. Infine vorrei citare l’altrettanto recente volume di Laura Di Fabio, Due democrazie, una sorveglianza comune. Italia e Repubblica Federale Tedesca nella lotta al terrorismo interno e internazionale (1967-1986).

Mi si consenta un breve inciso apparentemente fuori tema; senza nulla togliere al merito dei saggi sulla dimensione internazionale, quelli che mi hanno avvinto di più nel volume di Lomellini sono i due sul «nido di vipere» che fu l’ateneo patavino negli anni di piombo.

La curatrice Lomellini e gli autori del volume, da storici professionisti quali sono, sono giustamente prudenti nel formulare giudizi drastici in assenza di una completa documentazione archivistica, ma tutti concludono sulla mancanza di prove sull’esistenza di una regia internazionale del terrorismo italiano. Farò qualche cenno specifico, ma vorrei partire da una osservazione metodologica.

Nelle sue Lezioni di metodo storico, riguardo all’analisi delle fonti documentarie, Federico Chabod, dopo aver parlato dell’esame estrinseco, scrive: «Occorre passare quindi all’esame intrinseco, che consiste nel vagliare attentamente il contenuto del documento e memoriale o diario, per stabilire se quanto in esso è affermato non sia in contraddizione con fatti già sicuramente noti, e in una contraddizione tale da non poter essere giustificata se non con l’ignoranza e la mala fede di un falsari». Per tornare all’esempio precedente, sono ad esempio del tutto convinto che non possa esistere un “carteggio Churchill-Mussolini”, se con tale espressione si intendono comunicazioni, anche indirette, tra i due statisti (o meglio da quello britannico a quello italiano, poiché non si può del tutto escludere che il secondo cercasse canali di contatto con il primo) successive all’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale o addirittura alla caduta del regime fascista nel 1943. A parte ogni altra considerazione, l’esistenza di tale “carteggio” sarebbe infatti completamente in contrasto con tutte le conoscenze sicuramente acquisite sulla politica britannica verso l’Italia in quel periodo.

Allo stesso modo, le conoscenze acquisite sulla politica internazionale nel periodo degli anni di piombo, mi portano ad escludere la possibilità di una regia o di un appoggio rilevante da parte di una potenza straniera o da apparati di essa. Naturalmente, rispetto agli anni 1940-45, le ricerche e la documentazione sugli anni di piombo sono assai meno avanzate e gli archivi potrebbero essere stati più verosimilmente “ripuliti”.

La domanda centrale è quindi: quale Stato avrebbe avuto interesse a destabilizzare la politica italiana attraverso il terrorismo in quegli anni? L’attenzione, come fanno le opere citate, va puntata non solo sul “nemico”, il blocco sovietico, nelle articolazioni di Mosca, Praga, Berlino e Sofia, ma anche sugli alleati e sul terrorismo palestinese. Ceci osserva poi che, com’è inevitabile su un tema politicamente caldo, le diverse fasi politiche hanno influito sul dibattito storiografico e pubblicistico. Se, ad esempio, a metà degli anni ’80 si parlava di finanziamento sovietico ai terrorismi su scala internazionale, si passò poi alla teoria della «cospirazione internazionale», come se tutte le attività terroristiche a livello internazionale fossero «orchestrate nel seminterrato del KGB a Mosca» o fossero il risultato diretto dell’azione della CIA. La nota giornalista Claire Sterling pubblicò nel 1981 il best seller The Terror Network, sostenendo che l’URSS era il massimo sostenitore del terrorismo nel mondo; il volume fu apprezzato dal segretario di Stato Alexander Haig e dal direttore della CIA William J. Casey, ma i sovietologi dell’agenzia giudicarono infondate le sue affermazioni. Dal canto loro i sovietici sostennero che senza ombra di dubbio gli americani fossero stati i “burattinai” principali di entrambi i terroristi italiani e avessero «orchestrato la successione del terrorismo “nero” e “rosso”».

La CIA, a torto o a ragione, è stata sospettata di molte cose e, come sappiamo, diversi sono i “servizi” americani; perciò non è del tutto illogico pensare che si favorisse un’escalation terroristica rossa al fine di provocare una reazione di destra. Mi sembrerebbe tuttavia una forma di storiografia ucronica sostenere che potessero ricorrere al terrorismo ai fini di tale disegno presidenze entrambe deboli come quelle di Ford e Carter, la seconda “progressista” e con un approccio morbido, quanto meno nella forma, al problema della partecipazione dei comunisti al governo. Mi pare altresì arduo ipotizzare che rami deviati di servizi operassero all’insaputa dell’amministrazione senza lasciare tracce. L’ambasciatore Gardner ha rivelato che nella seconda metà del 1978 Washington maturò la decisione di impegnarsi direttamente contro le Brigate Rosse, se «possibile infiltrando americani o persone dirette dagli americani nelle operazioni di quel gruppo terroristico. In pratica si verificò un solo caso di questo genere» gestito «in accordo con il governo italiano».

Sull’Unione Sovietica non disponiamo di documentazione d’archivio di parte russa. Dalle fonti aperte emerge una netta condanna del terrorismo rosso in sintonia con la linea della fermezza del PCI berlingueriano. Il sequestro nel 1974 del Sostituto procuratore di Genova Mario Sossi fu ad esempio considerato un atto palesemente intimidatorio contrapposto alla linea democratica del PCI. Servizi segreti occidentali, britannici ed americani indagarono sulla pista sovietica, che sembrava loro avere plausibilità, ma all’inizio degli anni ’80 un rapporto della CIA concluse che «No one has been able to find a single piece of evidence that the Red Brigades receive orders from abroad», anche se alcuni analisti dissentirono da tale drastica conclusione sostenendo che in realtà Mosca «did provide some coordination to nihilistic terrorists», sia direttamente sia indirettamente.

Nel suo saggio Sara Tavani, in coerenza con l’argomentazione metodologica che ricordavo prima, osserva che la politica estera sovietica era incompatibile con la tesi di una destabilizzazione dell’Italia. Mosca concepiva la distensione come stabilizzazione dello status quo in Europa, anche se non certo in altri continenti, l’Italia all’epoca del compromesso storico era uno dei migliori “amici” dell’URSS sul piano diplomatico ed economico, la cosiddetta “rottura” di Berlinguer, ridimensionata dalla più recente storiografia, non intaccava il legame del PCI con Mosca, che continuò a finanziarlo fino agli ultimi anni della Guerra Fredda.

A conclusioni meno definitive riguardo alla Cecoslovacchia arriva il saggio di Francesco Caccamo. Pur ritenendo improbabile che il partito comunista di tale Paese potesse muoversi autonomamente rispetto a Mosca, non si può del tutto escludere che settori dei servizi cecoslovacchi potessero manovrare autonomamente approfittando della colonia di comunisti italiani “duri” presente nello Stato mitteleuropeo. In effetti, Caccamo ricorda risposte che lasciavano margini di ambiguità da parte della dirigenza cecoslovacca a una delegazione di comunisti italiani che chiedeva chiarimenti sulle voci diffuse e ricorrenti sull’esistenza nel Paese di campi di addestramento per i terroristi italiani. A tali coperture fece accenno Leonardo Sciascia, querelato da Enrico Berlinguer per avergli attribuito affermazioni in tal senso in un colloquio privato. La polemica continuò alla fine degli anni ’90. Si tratterebbe comunque di appoggi e non di una vera e propria “regia”.

Dalla ricostruzione di Benedetto Zaccaria, la Jugoslavia emerge unicamente come spettatrice del terrorismo italiano. Belgrado era solo preoccupata dell’indebolimento del governo di Roma, con il quale stava negoziando il trattato di Osimo.

La Germania Occidentale conobbe un terrorismo rosso simile a quello italiano. «Nell’estate 1977 i rappresentanti tedeschi in Italia escludevano l’esistenza di una qualche comune progettualità terroristica da parte di gruppi italiani e tedesco-occidentali»; la matrice delle bande armate era solo italiana e i successivi legami internazionali svolgevano un ruolo secondario. Dal volume della Di Fabio emerge che la collaborazione nella sorveglianza tra gli apparati statali dei due Paesi fu l’altra faccia di quella tra gruppi terroristi. Satta scrive che queste «di carattere operativo, reciproche, da pari a pari […] ebbero importanza innegabile, ma non vitale. Si trattava di scambi di armi, documenti falsi, ospitalità, informazioni ed esperienze», «alleanza, ma non coalizione».

Avviandomi alla conclusione, vorrei accennare ad alcuni nodi specifici. Sono note le simpatie del terrorismo rosso per quello palestinese ed i contatti tra i due. Per la verità i mediorientali che agganciarono le Brigate Rosse erano una fazione minoritaria dell’OLP, che, concluso con Aldo Moro un accordo di non belligeranza che santuarizzava il territorio italiano, non aveva certo alcun interesse a colpire tale statista. Dell’accordo con la fazione palestinese, comprendente fornitura di armi e assistenza agli italiani, campi di addestramento in Libano e attentati da parte delle Brigare Rosse a obiettivi israeliani, solo il primo punto fu realizzato. Dopo l’arresto di Mario Moretti nell’aprile 1981 la collaborazione si interruppe poiché il terrorista non poté o più probabilmente non volle trasferire alla nuova dirigenza brigatista i suoi contatti.

Salvo errore, Satta è l’unico che si sofferma, sulla base di numerose testimonianze di brigatisti, sull’offerta rifiutata del Mossad israeliano di appoggio incondizionato alle Brigate Rosse; la magistratura archiviò la relativa inchiesta ma la commissione parlamentare sul caso Moro a maggioranza giudicò credibile la vicenda. Satta ipotizza che attraverso le Brigate Rosse il Mossad sperasse di mettere le mani sui suoi nemici arabi. Ipotesi per ipotesi, non escluderei che Tel Aviv volesse mettere in difficoltà i governi italiani filo-arabi.

Le memorie dell’ex capo della Stasi Markus Wolff rivelano appoggi della Germania Orientale ai terroristi in Germania Occidentale, ai palestinesi, al venezuelano Carlos, all’IRA e all’ETA, ma non agli italiani. Fidarsi delle memorie di un agente segreto richiede un atto di fede; non si vede però quale motivo egli avesse di escludere gli italiani, se anch’essi avessero fatto parte della poco rispettabile compagnia.

Sull’ipotesi che Moro sia stato rapito per carpirgli segreti militari non sarei così drastico come Satta nell’escluderla. Che Moro sia stato assassinato grazie al coinvolgimento degli Stati Uniti è negato da Salvatore Sechi e affermato da Giorgio Galli, notoriamente incline al complottismo nella sua tarda età, e Marco Clementi. Francesco Grignetti (Salvate Aldo Moro) chiarisce – documenti alla mano – confini e modalità della trattativa condotta con i palestinesi, una delle strategie indicate da Moro prigioniero.

Dopo il caso Moro, i collegamenti delle BR con gruppi esteri si intensificarono, soprattutto per iniziativa di questi ultimi, in particolare con tedeschi, palestinesi, meno con Irlandesi e Baschi. Prima Linea intraprese scambi di armi con i francesi dei Noyaux armés pour l’autonomie populaire. Visto che si parla di Francia, si sa che a un certo punto molto si parlò di Corrado Simioni come “grande vecchio” e del suo centro Hypérion come “cabina di regia del terrorismo”, con alle spalle, a seconda delle preferenze ideologiche la CIA o il KGB. Nulla però è stato provato in sede giudiziaria, anche se molto probabilmente intorno a Hypérion gravitava una zona grigia. Un caso simile alla padovana inchiesta del 7 aprile.

Nel dicembre 1981 i servizi segreti bulgari avvicinarono le BR promettendo armi e denaro in cambio di informazioni estorte al Brigadiere Generale Michael Lee Dozier, vice capo di stato maggiore per la logistica presso il Comando Landsouth di Verona. Però all’incontro concordato il rappresentante bulgaro non si presentò. Dozier fu probabilmente rapito perché la sua sicurezza aveva delle falle; è azzardato pensare che nella posizione occupata avesse accesso a informazioni militari scottanti.

In conclusione e fino a prova contraria, ritengo che il terrorismo rosso italiano sia stato un fenomeno pressoché totalmente endogeno, frutto soprattutto del lungo ’68, della rivoluzione indotta nella Chiesa dal Concilio Vaticano II, germinato dai tanti “nidi di vipere” come quello patavino, istigato dall’insegnamento di “cattivi maestri”, favorito dall’inerzia della classe politica e con una dimensione internazionale mai determinante. Gli italiani hanno fatto tutto da soli e naturalmente non hanno da vantarsene.

Dice Amleto: «There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy». Ma gli storici diplomatici sono poco portati a sognare.

L’outsider ha concluso.

Vedi il programma completo del Convegno

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